Tra il 2024 e il 2025 per l’economia globale il vento era favorevole: tassi in calo, inflazione in rientro, obbligazioni e azioni che salivano insieme. La BCE, tra giugno 2024 e giugno 2025, ha portato il tasso sui depositi dal 4% al 2%. Ora la situazione è opposta. Le banche centrali alzano i tassi, l’inflazione è spinta dall’energia, e il fattore decisivo, cioè la crisi in Medio Oriente, è imprevedibile.
Per chi segue i rendimenti delle obbligazioni, dei titoli di Stato e del credito, un tasso più alto cambia rischi e orizzonti temporali. Questo articolo ricostruisce il contesto e legge, strumento per strumento – lending crowdfunding incluso – che cosa significa oggi un rendimento più elevato.
Il tema dominante del 2026 è lo shock energetico legato alla guerra con l’Iran e alle interruzioni del trasporto merci e idrocarburi nello Stretto di Hormuz. Il Brent ha toccato il massimo annuale di 126,41 dollari al barile il 30 aprile (massimo intraday).
Poi è sceso in estate, ma è risalito con le nuove tensioni e oggi si muove intorno ai 100 dollari (fonte EIA, dato al 7 ottobre 2026).
Il risultato è che quasi tutte le grandi banche centrali hanno smesso di tagliare e alcune hanno ricominciato ad alzare i tassi.
La BCE ha alzato i tassi l’11 giugno e il 10 settembre 2026, portando il tasso sui depositi al 2,50% (in vigore dal 16 settembre); nelle sue proiezioni di settembre l’inflazione media dell’area euro è del 3,0% nel 2026, ancora sopra l’obiettivo del 2%. La Federal Reserve, il 16 settembre, ha portato l’intervallo obiettivo dei tassi al 3,75-4,00%, il primo rialzo dal 2023. La Banca del Giappone, il 18 settembre, ha alzato il tasso di riferimento all’1,25%. (Fonti: BCE, tassi chiave; Federal Reserve, comunicato del 16 settembre 2026.)
È vero che il rialzo dei tassi non risolve un’inflazione che nasce dall’offerta (petrolio e gas), perché non riporta il petrolio sul mercato: serve piuttosto a evitare che l’aumento dei costi dell’energia si trasmetta a salari e prezzi dei servizi, al prezzo di frenare la domanda.
È altrettanto vero che l’inflazione sta nuovamente colpendo le economie globali, proponendo al mondo una situazione finanziaria ed economica inedita con nuovi rischi e nuove preoccupazioni per gli investitori.
L’aumento dei rendimenti si è esteso alle principali economie, colpendo soprattutto i paesi con debito e deficit/PIL più elevati, come la Francia e, in misura minore, l’Italia, e alimentando tensioni finanziarie e un allargamento degli spread.
Ora gli investitori cercano tassi di interesse più elevati per sottoscrivere titoli obbligazionari dal titolo di stato all’obbligazione corporate.
Il 20 ottobre il BTP decennale ha chiuso con un rendimento del 4,51% e uno spread sul Bund di circa 112 punti base, dopo un massimo di inizio mese intorno ai 130 (a fine agosto era circa 82). Il decennale francese rendeva il 4,92%, con uno spread sul Bund a un livello record di 153 punti.
I principali rischi attuali:
Questi scenari spiegano perché gli stessi tassi alti pesano in modo diverso sui vari strumenti. Per leggerli conviene guardare sempre tre variabili: la durata, la qualità di chi emette e la protezione dall’inflazione.
Il mercato delle obbligazioni e del credito attualmente è posizionato come segue.
Il decennale intorno al 4,5% (dato aggiornato al 20 ottobre) offre un rendimento che non si vedeva da tempo, ma il prezzo di questi titoli è molto sensibile. Se i tassi salgono ancora, o se lo spread si allarga, le perdite in conto capitale possono essere consistenti. Se invece la crisi si risolve e i tassi scendono, i guadagni possono essere significativi. Sono in pratica una scelta che dipende dallo scenario. Chi li tiene fino a scadenza incassa comunque il rendimento promesso, ma deve essere disposto a sopportare la volatilità intermedia.
Proteggono il potere d’acquisto se l’inflazione resta alta. Sono interessanti se ritieni che lo shock energetico possa durare. Va però ricordato che rendono meno dei titoli nominali se l’inflazione scende prima del previsto.
Da precisare che il BTP€i è indicizzato all’inflazione dell’area euro (IAPC senza tabacco, misurato da Eurostat; scheda MEF), mentre il BTP Italia a quella italiana (FOI senza tabacchi, misurato dall’Istat; scheda MEF).
Quelle di alta qualità (investment grade) offrono un rendimento extra moderato. Quelle ad alto rendimento (high yield) sono più rischiose in uno scenario di stagflazione (inflazione elevata con crescita debole), perché aziende indebitate con margini schiacciati dai costi energetici possono andare in difficoltà.
Le operazioni di lending crowdfunding, in particolar modo quelle con controgaranzie a favore degli investitori, con durata inferiore ai 24 mesi possono rappresentare una componente da valutare, con tassi di interesse competitivi e un rendimento definito in anticipo per il periodo di investimento.
Ovviamente il profilo di rischio di un titolo di stato e di un finanziamento crowdfunding non possono essere paragonati (il lending comporta il rischio di credito sul singolo progetto e non è negoziabile come un titolo quotato), ma è altrettanto vero che per la stessa durata una campagna lending offre tassi di interesse molto più elevati rispetto al titolo di stato italiano o al titolo corporate italiano.
Tassi più alti non significano rendimenti più sicuri: significano un nuovo equilibrio tra durata, qualità dell’emittente e protezione dall’inflazione, con scenari che dipendono ancora in larga parte da fattori geopolitici. Per questo la diversificazione resta il criterio guida, qualunque sia lo strumento.
Anche il credito privato a breve scadenza può trovare spazio in un portafoglio, a patto di valutarne con attenzione rischio, garanzie e liquidità.
Per approfondire come funziona il lending crowdfunding e come si valuta una campagna vai sul nostro sito.
Quando i tassi salgono, il prezzo delle obbligazioni già in circolazione tende a scendere e il loro rendimento a salire, perché i nuovi titoli offrono cedole più alte; l’effetto è maggiore sulle scadenze lunghe. Chi tiene il titolo fino a scadenza incassa il rendimento previsto, salvo default dell’emittente.
Il principale è il rischio di tasso: se i tassi salgono o lo spread si allarga, il prezzo del titolo scende e il valore di mercato può ridursi, con perdite in conto capitale per chi vende prima della scadenza. Il rischio è tanto più alto quanto più lontana è la scadenza.
È la differenza di rendimento tra il BTP decennale e il Bund tedesco, titolo di riferimento dell’area euro, di pari durata. Misura quanto gli investitori percepiscono più a rischio lo Stato italiano rispetto alla Germania nel rimborsare il debito. Sale quando questa percezione peggiora, per esempio in fasi di tensione sui conti pubblici, ma anche quando gli investitori diventano più avversi al rischio, tipicamente durante le crisi.
Un rialzo dei tassi non incide sull’offerta di energia. Serve a evitare effetti di secondo impatto: che il rincaro si trasmetta a salari, prezzi di beni e servizi e aspettative di inflazione, rendendola più persistente. È un compromesso, perché tassi più alti frenano anche la crescita.
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